Ciaoo,
Non sono passate neanche ventiquattro ore dalla semifinale degli Europei fra Inghilterra e Italia, partita che ha visto la squadra di Sarina Wiegman prendere un posto per la finale di Basilea.
Come italiana, fa male. Fa malissimo. Quel sogno che fino al 96’ minuto era stato possibile. Quella possibile vittoria che aveva incollato più di quattro milioni di italiani alla televisione. Quella partita che ci ha visto tutti uniti per la nazionale.
Ieri sera ero sul letto, gambe incrociate, computer posato su due cuscini, maglietta della nazionale regalatami dai miei genitori addosso e pizza. La mia personale idea di paradiso.
Nel buio di quella camera, dopo il triplice fischio, oltre alle lacrime sul mio viso e un silenzio assordante, c’era anche una bambina. Io.
Quando ero piccola ero sempre la bambina strana, quella iperattiva, quella che parlava troppo, quella che cercava in tutti i modi di avere ragione, quella che quando vedeva un’ingiustizia doveva trovare il modo di risolverla.
Spoiler non è cambiato nulla.
Mi ricordo di una volta: ero alle elementari ed era l’ora di educazione fisica. La mia maestra dell’epoca – di cui ricordo ancora il nome – ci stava dividendo per la attività da fare. “I bimbi al campetto a giocare a calcio, le bimbe qui per fare questi circuiti”. L’idea di dover fare lo slalom fra i coni mentre i miei compagnetti erano a divertirsi al campetto mi aveva fatto salire il sangue nella mia piccola testolina piena di riccioli biondi. “Maestra ma perchè loro possono giocare a calcio e noi dobbiamo fare quella cosa? Non è giusto”
Lei mi rispose che era giusto così, e che ero maleducata a dire questa cosa.
Le feci una pernacchia.
Ero anche dispettosa e insopportabile, e anche qui non è cambiato nulla.
Ma quella parole mi risuonarono in testa. Sentirmi dire che ero maleducata solo per espresso una mia opinione, in modo anche corretto – il che era uno sforzo per me – era il primo campanello d’allarme di quello che avrei subito per il resto della mia vita: essere zittita quando dicevo una cosa che poteva dar fastidio a chi sopra di me, ma per cui avevo palesemente ragione. Palesemente me lo dico da sola. Rientra nei tratti del mio carattere precedentemente elencati.
Ad ogni modo, da bambina passavo le mie giornate quasi sempre con mio papà, che da classico uomo non basico ma basico – fa la migliore carbonara del mondo ma non ha mai rotto il crociato – passava i suoi pomeriggi su Sky Sport per vedere le notizie calcistiche. Ad ogni mio dubbio o domanda – ne facevo davvero tante, ne faccio ancora tante – era lì a spiegarmi come funzionasse il tutto.
Mi è sempre piaciuto sapere le cose, quindi a scuola quando vedevo i miei compagni raccogliere le figurine di Calciatori Panini sentivo il bisogno necessario di andare lì e vomitare tutto il mio sapere su quel giocatore. Era proprio nel momento in cui oltrepassavo la linea di “conoscenze base” che la loro virilità da bambini di otto anni veniva toccata e mi dicevano di stare zitta.
Perchè giustamente era troppo.
I miei punti di riferimento quando ero piccola erano prima Milito e poi in seguito Neymar, non ho mai fatto parte della fazione Messi/Ronaldo. Troppo basic. Quindi li lasciavo a persona come loro, i maschi.
Ma mi sentivo che mancava sempre qualcosa. Perchè non avevo un riferimento femminile? Perchè nessuna delle mie compagne giocava a calcio? Avevo tante amiche appassionate, con cui guardare le partite, con cui mi confrontavo sui giocatori, ma perchè tutte facevano danza e nessuna calcio? Perchè non c’era una scuola calcio femminile, facile.
Mi ricordo che la prima volta che vidi Megan Rapinoe palleggiare e dribblare le avversarie, mi si illuminarono gli occhi, l’avevo trovata.
Mi documentai allora su cosa fosse il calcio all’estero e su cosa fosse il calcio femminile. Lo trovai incredibile, tanto che iniziai a guardare tutte le partite che trovavo. Tanto da iniziare a guardare il calcio maschile con noia perchè era tutto un rotolarsi per terra e scattottarsi per chi lo aveva più lungo.
Sono arrivata a conoscere il calcio femminile a 19 anni forse troppo tardi, ma sempre in tempo.
Cosa ha scatenato in me l’idea di tornare a scrivere un pezzo sentimentale e autobiografico su EFFE3? Una bambina che ho incontrato in cui bar.
Ero a computer a fare le mie mille ricerche e mi si avvicinò questa bimba con due occhioni giganti verdi, le codine bionde e con i riccioli, che senza pensarci due minuti si sedette di fianco a me e mi disse “Le tue scarpe sono molto belle, le posso provare?”. Ho sorriso, indubbiamente l’universo mi aveva messo davanti un versione aggiornata di me.
“Sai che io gioco a calcio con mia sorella, lei non è brava come me”.
Era esattamente me. Sfacciata, cagacazzo e con l’aspetto da angioletto.
“Perchè giochi a calcio?” Gli chiesi mentre mi toglievo la scarpa destra per fargliela provare le mie scarpe, come da sua richiesta. “Perchè sono juventina e mi piace Cristiana Girelli, voglio essere lei da grande”. È stata una doccia gelata.
Il mio discorso con quella bambina è continuato con una sua personale analisi sulla Juventus e su come lei giocherebbe in quella squadra. Non mi ha nominato nemmeno una volta Vlahovic, Gatti o Yildiz. A lei interessava solo di Girelli, Boattin e Salvai. Mi raccontò che aveva chiesto ai suoi genitori per il suo compleanno di portarla a vedere Italia-Spagna a Berna.
Non voleva nulla se non vedere quella partita.
La mamma mi spiegò poi che quei biglietti li aveva presi davvero e che le voleva fare una sorpresa. Loro due insieme. Chissà quanto si saranno divertite.
Quella bambina aveva quello che io ho sempre voluto e realizzato solo una volta cresciuta di volere. Gli stadi pieni, le persone incollate alla televisione, i miei punti di riferimento in campo e vederli dal vivo.
Io e quella bambina ci passiamo quindici anni. Nella sua testa non esiste il pensiero che il calcio sia considerato uno sport maschile, non esiste che vedere Yildiz sia più interessante di vedere Girelli e non esiste l’idea di dover dimostrare di sapere della materia.
Cosa avrei voluto dire alla me bambina? Non ti preoccupare se hai dovuto faticare un po’ di più, non ti fare mille pare quando ti dicevano che non sapevi nulla, un giorno avrai il tuo punto di riferimento e troverai persone come te e non sarai più “strana”.
Ma soprattutto non ti incazzare così tanto quando ti chiedono cos’è il fuorigioco o di nominare almeno tre giocatori di una x squadra. Sono esseri semplici e cresciuti in una società che li ha formati così. Fai la persona superiore.
E soprattutto… fai la maleducata e antipatica, li fa andare giù di testa.
Ti voglio bene Ali.
Bacini, Alisia <3.