Ciaooo,
Nelle mille vicissitudini che accompagnano ogni mio articolo vi è sempre il pensiero a come ogni mia parola possa aggiungere un piccolo tassello a quello che sto costruendo come donna all’interno di un industria maschilista come quella calcistica.
«Faccio sempre l’esempio, parlando con amiche e colleghe, dello sconforto che provo ogni volta che, sotto il post di lancio di un progetto creativo, guardo i tag e vedo che sono al 99%, se non al 100%, tutti uomini. Sono femminista, e la questione di genere è qualcosa a cui penso costantemente, in ogni ambito della mia vita, quindi non posso fare a meno di notarlo».
Così, Cecilia Palmeri, videomaker e fotografa originaria di Venezia, ma trasferita a Roma, mi racconta questo concetto.
Mi dà forza. Mi fa sentire viva. Mi sprona a continuare a farlo. È una battaglia condivisa.
Ho conosciuto Cecilia l’8 marzo 2025, grazie ad un video che ha postato sui suoi social proprio in occasione della festa della donna, e ci ho visto la luce piena. Così ho deciso di contattarla e chiederle di più di lei, proprio perchè nel mio piccolo volevo darle lo spazio che merita.
Nata a Venezia nel 1998, Cecilia mi racconta che il suo primo incontro con la fotografia è avvenuto da bambina, grazie a suo padre che da giovane era stato un fotografo amatoriale. «All’inizio scattavo in digitale – mi spiega – poi mi sono avvicinata anche all’analogico, affascinata dal ritmo lento e dal tempo che ti obbliga a prenderti quando scatti su pellicola».
Durante gli studi in Comunicazione, un corso di video production le ha fatto scoprire il mondo del documentario. È lì che qualcosa è scattato: «Mi ha catturata subito, tanto che ho iniziato a spostarmi piano piano verso il video come medium principale, che poi è diventato il mio lavoro».
Il calcio, invece, è arrivato più tardi. A differenza dalle storie più tradizionali non è cresciuta in una famiglia appassionata di sport, è nel momento in cui è entrata in contatto – vivendo nella capitale – con la tifoseria romanista che questo rapporto è nato e si è sviluppato. Il suo approccio al mondo calcistico è inizialmente stato da osservatrice esterna, proprio per comprendere i fenomeni culturali e sociologici che portavamo tutte quelle persone allo stadio la domenica. Così nel 2019 è nato Core De Sta Città, il suo primo documentario, che esplora le mille sfaccettature sociologiche della tifoseria romanista.
Da quel momento il percorso è stato naturale: lavori da video editor e videomaker, fotografie scattate nel tempo libero, e un ingresso sempre più consapevole nel mondo dello sport, vissuto non tanto attraverso il gioco quanto per la sua portata culturale e sociale. «In Italia il calcio è un collante, un fenomeno che unisce e divide allo stesso tempo. Per me comprenderlo significava anche capire meglio il Paese in cui vivo».
Come in ogni mia intervista arriva un momento in cui decido di fare la fatidica domanda « Mi racconti un aneddoto che mi faccia capire al 100% chi sei, che sia comico, sarcastico, tragico…?»
Naturalmente con Cecilia ho trovato pane per i miei denti.
“Nel 2019 vivevo a Roma, e una sera in un pub un mio amico mi ha detto che sarebbe andato in Irlanda perché tifoso del Dundalk FC (nonostante fosse Romano). Ho deciso di aggregarmi senza pensarci neanche un secondo, perché l’idea di andare in un paesello quasi al confine con l’Irlanda del nord, solo per vedere una partita di calcio, mi sembrava un’esperienza fighissima da fare con gli amici. Ci sono state altre vicissitudini nel mentre, che hanno fatto sì che una volta arrivati, mezza città sapesse dell’arrivo di questi Italiani a Dundalk. Ci siamo tornati poi un secondo anno ed è stato divertentissimo, dalle infinite pinte al bar pre e durante la partita, al mangiare le curry chips nella “curva” dell’Oriel Park, al cercare di decifrare l’accento irlandese da semi ubriachi. Questo è il genere di esperienze che amo fare e da cui partono i progetti migliori”
Negli ultimi anni Cecilia ha collaborato con media nazionali e internazionali, ritagliandosi uno spazio in una nicchia ancora piccola, ma in fermento. «Siamo poche donne, ma ci siamo. Ci sono fotografe, registe, content creator che stanno alzando il livello e aprendo la strada. Però i numeri parlano chiaro: la disparità resta enorme».
Eppure, nonostante gli ostacoli, la sua è una scelta lucida e di coraggio. «Ho questa teoria personale: non voglio rinunciare a nessuna esperienza nella mia vita per paura che mi possa succedere qualcosa in quanto donna. Stare in mezzo a folle di tifosi, tra cori e fumogeni, mi dà un senso di libertà. È come riappropriarmi di uno spazio che per troppo tempo è stato considerato off-limit ».
La sua presenza, con la macchina fotografica o con la videocamera tra le mani, diventa così un atto politico, un gesto di resistenza e affermazione. «Il mio lavoro è anche questo: una piccola battaglia di genere. Voglio dimostrare che una donna può raccontare il calcio, viverlo, guadagnarsi da vivere con esso. Le tifose ci sono sempre state, ma le professioniste rispettate dal mondo maschile sono ancora poche. Oggi però è il momento giusto per cambiare le cose».