Quando ho iniziato a pensare alle persone perfette per rappresentare EFFE3 in tutto e per tutto, nella mia testa è balzata subito l’immagine di Alessia Tarquinio — o meglio, “La Tarqui”.
Di lei sapevo già un po’ di cose: che aveva lavorato nel calcio femminile agli inizi, che il giornalismo sportivo non era stata la sua prima scelta (voleva scrivere di musica), e che ama fare surf. Ma nulla di tutto questo mi aveva dato pace. Dovevo trovare il modo di parlarle.
Così, presa da un momento di Alisiacore pieno, decisi di mandarle un DM su Instagram, convinta che non l’avrebbe mai letto.
Illusa: ovviamente l’ha letto.
Trovo una disponibilità infinita: “Come faccio a dirti di no? Certo che voglio partecipare”.
E così, dopo due settimane di sano stalking – perché per fermare La Tarqui devi abbatterla – sono riuscita a parlarle. È una piccolo – letteralmente – terremoto che fa avanti e indietro tra l’Italia e la Repubblica Dominicana. Con lei ho fatto quattro chiacchiere, ma soprattutto ho conosciuto “La giornalista della porta accanto”.
Forse non è l’intro perfetta per un’intervista, ma onestamente che noia le cose canoniche.
Mi piace iniziare ogni chiacchierata con una domanda semplice, per rompere il ghiaccio, ma anche difficile a cui rispondere: come stai? Come ti senti in questo periodo?
Non me lo chiede mai nessuno. È la prima domanda che faccio sempre anche io, perché mi piace sapere davvero come stanno le persone e ascolto la risposta, cosa che spesso chi fa questa domanda non fa.
Mi sento un po’ così…Non ho ancora superato la morte di mio papà, che per me è stata ed è una figura fondamentale nella mia vita. Anche se sono passati quasi dieci mesi, non ti abitui mai all’idea che possa succedere, e quando accade ti devasta. Ti porti dietro questa tristezza per molto tempo, se non per sempre.
Sono una cazzona e non mi piace far vedere quando soffro.
Dall’altra parte, però, sono molto felice: faccio una bellissima vita e sono consapevole di essere una privilegiata. Ho faticato, lavorato e lottato molto per ottenere questo privilegio sia dal punto di vista lavorativo che familiare.
Sono ipercritica verso me stessa, ma forse è il momento di darmi una pacca sulla spalla. Anche se non bisogna mai rilassarsi e smettere di crescere.
Parlando di salute mentale, hai mai pensato che essere “fuggita” in Repubblica Domenicana era il tuo modo per tornare ad essere la Alessia che sei adesso? Cosa ti ha spinto ad andare dall’altra parte del mondo?
Assolutamente, sono diventata l’evoluzione dell’Alessia che ero.
Quando ho iniziato a fare la giornalista non avevo ben capito dove mi ero andata a cacciare. Nella mia testa era un parco giochi, ma in realtà è un ambiente di iene: le redazioni possono essere dei posti infernali. Arrivi da un ambiente, come quello universitario, in cui sono tutti amici, e di colpo ti ritrovi catapultata in un contesto in cui, appena ti giri un attimo, possono pugnalarti, soprattutto se sei giovane.
Mi ricordo perfettamente il momento in cui ho detto a mio marito“Se io rimango qui, mi ammalo”, proprio perché non stavo più bene e non c’era nulla che potessi salvare di quello che avevo.
Così, senza razionalizzare troppo la cosa — come spesso accade nella mia famiglia — abbiamo preso tutto e siamo venuti qui, in Repubblica Dominicana. E dopo cinque anni posso dirti che sono tornata la persona solare, genuina e spontanea che sono sempre stata.
Ti senti mai “lontana da tutto”? È una sensazione bella, fino a che punto?
Non mi sento mai troppo lontana: era proprio quello che volevo. È proprio quello il punto.
Quando mi ha chiamato Amazon Prime, ho messo subito in chiaro che la mia vita è qui e che non sarei mai tornata a Milano.
Spesso dico di no a eventi o ad altre occasioni che capitano, ma non lo vivo come una perdita, anzi… ho raggiunto il mio equilibrio e voglio stare bene.
Diciamo che ho la fortuna di poter scegliere, e per me la salute mentale viene prima di qualsiasi impegno lavorativo mi venga proposto.
In un’intervista a Est Radio, hai detto che sei sempre stata così… ma cosa vuol dire essere così? Come ti senti e come ti descrivi?
È difficile darmi una definizione. Per molti anni, l’essere definita è stato un problema, perché sembra che se fai una professione tu debba per forza essere solo quella. Ma invece no.
Posso essere mille cose: ho mille interessi e mille passioni. Un giorno sono una surfista, un giorno una tennista… non riesco a essere sempre la stessa persona nel tempo. Odio la noia.
Sono una chiacchierona: mi piace parlare con tutti e conoscere le loro vite. Però poi mi piace anche stare da sola.
A me piace parlare con le persone… ma quelle vere.
Una volta raccontasti che avevi proposto, durante i tuoi anni a Sky, un programma come CBS Golazo. Chi sarebbero stati i tuoi Henry, Richards e Carragher?
Ci penso spesso, ma ancora non sono riuscita a capire chi cavolo vorrei con me per fare quel programma!
Henry me lo tengo, onestamente: l’italiano, se si sforza, secondo me se lo ricorda.
Ti direi poi Luca Toni, perché mi fa ridere.
Pensiamoci insieme… Cristiana Girelli, perché è una che conosce e sa parlare di calcio. Cristiana io la metterei ovunque.
Anche Dumfries, quando smetterà di giocare.
Qual è il valore aggiunto che ti senti di dare ad ogni partita?
Oddio, poi sembra che me la meno! [ride]
Io credo di rappresentare la parte curiosa delle persone: non potrei mai fare le stesse domande a persone diverse. Cerco sempre di scovare qualcosa che non sia banale e di essere creativa. Credo che sia questo, il punto.
Una volta uno dei miei capi mi disse: “Quando sei in onda non so mai se avere paura o essere felice”, proprio perché non sai mai cosa potrei fare o cosa mi sia messa in testa di fare.
C’è sempre quell’effetto sorpresa. Poi magari non succede nulla, per mille altri motivi, però non lo saprai mai fino a quando non lo vedi.
Dopo anni a bordo campo, hai mai avuto la tentazione di entrare in campo? Specialmente durante una scelta arbitrale sbagliata o un’azione sbagliata?
No, non mi è mai successo.
Sono contenta quando vedo una partita di calcio femminile e riconosco delle amiche: lì mi viene spontaneo abbracciarle, perché ci conosciamo da tanto tempo.
Nel femminile, poi, c’è anche il fattore della consapevolezza: sappiamo quanta fatica abbiamo, e stiamo ancora, facendo, loro a giocare e io a raccontare tutto questo.
Perciò ogni volta che ci ritroviamo da qualche parte condividiamo un momento speciale.
Se la tua vita fosse uno spogliatoio tu saresti: allenatrice, capitana o quella che mette la musica?
Quella che fa casino.
No, non è vero. Sono una persona molto competitiva: odio perdere.
Lo sport ha sempre fatto parte della mia vita, in particolare la pallavolo. Ho iniziato da molto giovane e sono andata avanti fino ai quindici anni. Ai tempi non esisteva ancora il ruolo del libero e, a causa della mia altezza, ho smesso. Sono arrivata fino alla Serie D.
Tutto quello che ho imparato nella mia vita l’ho imparato nello spogliatoio.
E naturalmente, come puoi ben immaginare, sono quella che rompe il cazzo.
C’è una domanda che ti fanno sempre a cui ti sei rotta di rispondere ma lo fai per gentilezza e quieto vivere?
Quella storia di Bellingham.
Ormai si è innescato un meccanismo per cui, ogni volta che ci vediamo, è come tra due amici che si rivedono dopo tanto tempo.
Mi dà fastidio più che altro la malizia che ci trovano sempre. Come si può pensare che una donna di cinquant’anni possa avere un pensiero malizioso su un ragazzo di vent’anni?
Questo discorso andrebbe anche contestualizzato, perché dipende da persona a persona.
Ma nel mio caso, per come sono fatta io, non so proprio dove si possa trovare la malizia.
Potrei essere sua madre!
Come ti è venuta di fare la maglia con la faccia di Jude Bellingham?
Non lo so. Ho fatto quella, ho fatto quella di Dumfries, quella di Baldini…Io adoro le magliette, le faccio di qualsiasi cosa. Mi faceva così ridere quel freezer della sua faccia che non potevo non farla.
I tuoi top tre momenti che hai vissuto durante la tua carriera?
Ti direi
Calcio o surf?
Da guardare il calcio. Da praticare il surf
Le tre canzoni che ascolti prima di ogni match o diretta?
Dipende, ma ho sempre la stessa playlist.
Per me esiste solo la musica degli anni ’90. Ascolto quasi tutti i giorni Jeff Buckley.
Ti leggo quelle che ho ascoltato mercoledì, quando sono stata a Madrid per Real Madrid–Juventus: Where Is My Mind dei Pixies — canzone che ascolto sempre anche quando entro in acqua per fare surf — poi Sprawl II degli Arcade Fire e, infine, 1979 degli Smashing Pumpkins.
Poi, ti ripeto, dipende da come mi sento. Se non voglio avere troppi sbatti, mi ascolto musica più commerciale… giusto per non pensare.
Quali sono le tre persone che non hai ancora fatto/vorresti fare? Ti chiedo tre donne e tre uomini.
Allora, ne ho tanti e tante. Tra gli uomini ti dico Kylian Mbappé e Matías Almeyda, e poi Diego Armando Maradona, ma quello purtroppo non si può fare.
Tra le donne ti dico Myriam Sylla – con cui sono molto amica, ma non ho mai avuto occasione – poi Alexia Putellas, Alex Morgan, Simone Biles e Megan Rapinoe. Non mi riesco a fermare a tre
Quale pensi sia lo struggle maggiore del calcio femminile in Italia?
Ormai siamo arrivate a un momento in cui non siamo più all’anno zero: siamo all’anno tre o quattro. Mi sono stufata di dire che siamo “in crescita” vorrei essere in un momento in cui ci siamo già affermate.
Bisogna investire, e investire pesantemente: inutile girarci intorno. Nel calcio femminile e, più in generale, nello sport femminile.
Che la smettano di dire che nessuno guarda lo sport femminile: i fatti dimostrano che è proprio quello che ci regala più soddisfazioni e vittorie. Pensa, per esempio, alla pallavolo.
Noi facciamo sempre la doppia fatica: combattere i pregiudizi e ripetere sempre le stesse cose.
Mi piacerebbe che potessimo concentrarci solo sulla parte atletica, senza doverci portare dietro il racconto delle piccole fiammiferaie.
Secondo te, quando smetteremo di chiamare il calcio femminile, calcio FEMMINILE?
Una parte di noi lo sta già facendo: dobbiamo continuare a far capire che stiamo parlando dello stesso sport.
Però, sai, è come la questione del linguaggio: bisogna sempre insistere su ciò che si sbaglia. Mi piacerebbe, in generale, nella vita, non dover sempre stare a precisare.
Su alcune generazioni non possiamo farci niente: sono nate e cresciute con certe idee, e non possiamo cambiare tutto. Dobbiamo agire sulle prossime generazioni e sperare che loro seguano un percorso positivo.
Capita spesso che per raccontare il calcio maschile ci si serva di numeri e tattiche di gioco, per quello femminile si cade spesso nel racconto della ragazze che “ce l’ha fatta” e in emozioni. È sensibilità o una sottile forma di sessismo e stereotipo?
È una cosa che ripeto spesso anch’io, e mi dico: “Ma possiamo parlare di statistiche? Di numeri? Se ha parato bene? Se lo schema è stato eseguito nel modo giusto?”.
Perché no? Perché spesso le persone non sanno raccontarlo, o non vogliono raccontarlo nel modo giusto.
O, semplicemente, non hanno i mezzi e i modi per farlo.
Quando si parla di calcio femminile si dice sempre che sia “più vero” rispetto a quello maschile. Pensi che sia un complimento, un sottile modo per dire che è di basso livello (pensa al calcetto al campetto di paese) o un modo gentile per denigrarlo?
C’è sempre questo racconto di base della piccola fiammiferaia.
Ed è più vero, forse, perché non ci sono sponsor, soldi o mille altre cose in ballo: pensiamo solo al campo e a divertirci. Io la ritrovo, la genuinità, nel calcio femminile. Ovviamente non in tutte le squadre e non in tutte le competizioni.
C’è meno violenza, meno aggressività, e più voglia di andare a vedere una partita con la propria famiglia e di condividere un momento. Ed è proprio questo che dovrebbe esserci anche nel calcio maschile: la normalità.
Spesso ci viene detto che noi donne siamo più drama queen, ma non è vero. Forse è piuttosto che non possiamo permetterci, in questo contesto, di essere “femminucce” o di mostrarci come tali.
Soffriamo, ma senza fare troppe scene
Hai mai pensato che il calcio sia lo specchio dell’Italia: pieno di talento ma incapace di fidarsi del cambiamento?
Ne sono assolutamente convinta: lo sport, e soprattutto il calcio, è lo specchio della società. Specialmente quando parliamo di calcio femminile, parliamo anche della condizione femminile in Italia, della gestione del talento in Italia.
Mi manda ai matti quando sento la frase: “Eh, ma non ha esperienza!”. Ma come cavolo se la fa, l’esperienza, se non le dai l’opportunità di farla?!
Pensa, per esempio, al Barcellona, che a momenti fa giocare ragazzi di dieci anni. E hanno ragione! Se c’è il talento, perché no? I quindicenni ti danno quella sfrontatezza, quel gioco imprevedibile, quella leggerezza… Il quarantenne ti dà l’esperienza, l’ordine, la capacità di sentirsi sereno.
Sembra sempre che siano i Paesi esteri a darti la possibilità di essere felice e realizzarti, e spesso è così, perché in Italia siamo ancora fissati su principi inutili. Perché dovrei rimanere in un paese che mi tratta di merda, mi sfrutta con stage non pagati o mal retribuiti, non pensa a me come cittadino e aspetta solo di fregarmi con leggi e regole inutili che mi fanno vivere in ginocchio?
Attraverso il calcio, e lo sport in generale, parliamo – e vengono a galla – tante questioni che purtroppo fanno parte della nostra società.
C’è qualcosa che non ti ho chiesto o che nessuno ti ha mai chiesto che vorresti dire? Per questa volta il microfono è tutto tuo.
Mi scrivono spesso molte ragazze che, con il tempo, si sono allontanate dall’idea di fare le giornaliste sportive. Viviamo in un mondo con moltissimi mezzi per potersi esprimere, ma allo stesso tempo in una società che spesso premia le ragazze che rispettano determinati canoni estetici. Esistono modelli che non ci vengono mostrati tutti i giorni.
Vorrei fare un invito a quelle ragazze: continuate a provarci, avrete sempre il mio sostegno. Non siete sole. Le capisco, e le capiamo.
Confido nel futuro e nel fatto che questa situazione cambierà.
Dobbiamo fare numero, continuare a rompere le palle e a non arrenderci mai.
Siamo insieme in questa battaglia.
È stata un’ora e mezza piena di confronti, analisi, ma soprattutto risate.
La Tarqui ti entra nel cuore: in un’ora che ci parli, ti apre le porte della sua vita. Ti ispira, ti fa riflettere, ti commuove e, infine, ti trasmette sicurezza, forza e fiducia.
Io e Alessia ci siamo lasciate con una promessa: quella di non smettere mai di continuare.
E, soprattutto, che il prossimo torneo di calcio femminile farò di tutto per organizzarlo a Pescara. Ho il compito ufficiale di riportare La Tarqui in Abruzzo, date le sue origini.
Cosa mi porto a casa da questa chiacchierata? Tutto. Perché se c’è una cosa che ho imparato parlando con Alessia Tarquinio è che non sarò mai sola in nulla, e che la vita va affrontata un grammo di follia alla volta.
Concludo con la stessa frase con cui Alessia ha iniziato la nostra intervista: “Tu si fregn.”
Perché in queste tre parole c’è il riassunto della nostra essenza e forse non c’è nulla che ci rappresenti meglio di questo.
Grazie Alessia.
Bacini, Alisia <3