Nel 1998, alle Olimpiadi di Nagano, Surya Bonaly eseguì un backflip vietato che le costò una penalità immediata. Quel gesto, tuttavia, andò ben oltre il risultato della classifica: rese marcatamente visibile il sistema estetico e culturale che governa il pattinaggio artistico e trasformò un elemento tecnico proibito in un atto di autentica rottura simbolica.
Nel pattinaggio di figura il movimento non è mai soltanto tale: è disciplina, forma, continuità. È un linguaggio che prende armonia e che misura non solo la difficoltà tecnica degli elementi proposti, ma anche la loro leggibilità estetica. Pensare che il ghiaccio sia un luogo “neutro” è una forzatura. Si tratta, piuttosto, di uno spazio regolato in modo minuzioso, dove ogni centimetro conta e dove deve inserirsi una grammatica condivisa affinchè tutto funzioni nel modo giusto.
Quando Surya Bonaly, pattinatrice di figura francese, esegue un backflip alle Olimpiadi Invernali di Nagano 1998, ciò che accade sembra essere molto di più dell’infrazione di una regola. Nata nel 1973, viene adottata a soli 18 mesi da una coppia francese e cresce a Nizza. Prima di dedicare tutta la sua vita al pattinaggio, pratica ginnastica acrobatica; una disciplina che lascia un’impronta profonda sulla costruzione della sua identità sportiva. La ginnastica sviluppa esplosività, controllo aereo, la consapevolezza di aver a che fare con la tridimensionalità dello spazio in cui ci si trova.
Questo passaggio è centrale, perché il pattinaggio a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, è uno sport costruito su un ideale corporeo molto preciso. La tecnica non è un requisito sufficiente, se non viene accompagnata da un’estetica altrettanto armonica. L’atleta deve sembrare leggera anche quando compie elementi di grande difficoltà, trasformando quello che per chiunque di noi sembrerebbe un grande sforzo in apparente naturalezza.
Ed è proprio negli anni Novanta che la sua carriera diventa tra le più solide del panorama internazionale. Bonaly conquista ben cinque titoli europei consecutivi, tra il 1991 e il 1995, e si classifica tre volte in seconda posizione ai Campionati del mondo tra il 1993 e il 1995. Nonostante sia diventata una delle pattinatrici più complete della sua generazione, durante questi anni di gloria e trionfi emergono una serie di polemiche ricorrenti sullo score dei programmi che porta in gara.
Nel 1994, ai campionati del mondo, la vittoria assegnata all’avversaria Yuka Sato suscita un acceso dibatto tra Federazioni e osservatori. La discussione che ne emerge, mette in luce una questione altrettanto più ampia: nei sistemi di giudizio che includono componenti artistiche, la percezione estetica influenza in modo significativo il punteggio finale che fa capolino sul tabellone nella zona del Kiss & Cry.
Uno studio pubblicato nel 2009 sul Journal of Sports Economics da Emerson, Seltzer e Stark, ha evidenziato le profonde dinamiche di bias nelle valutazioni delle giurie, mostrando come questi sono siano mai completamente isolabili dal contesto culturale.
Nel caso di Bonaly, questa visione si intreccia con la sua dimensione identitaria, come sportiva e come donna.
La sua presenza ai veritici del pattinaggio di figura introduce un’immagine che non coincide pienamente con l’ideale dominante della disclipina, storicamente legata ad un’estetica eurocentrica e ad un modello di femminilità lineare e controllata.
In questo contesto, il backflip che tanto sta facendo parlare per via delle spettacolari esibizioni dell’americano Ilia Malinin, assume una valenza particolare.
Il cosiddetto salto mortale all’indietro era già apparso in ambito olimpico nel 1976, quando Terry Kubicka lo eseguì ai Giochi Invernali di Innsbruck, in Austria. Dopo quell’episodio, l’ISU (International Skating Union) ne aveva vietato l’utilizzo formale durante le competizioni ufficiali, citandone la pericolosità e la mancanza di coerenza con la natura della disciplina. Il divieto non riguarda solamente dei rischi fisici, ma anche la volontà di preservare l’integrità di uno sport che, fino a quel momento, non aveva avuto una rottura verticale o un ribaltamento effettivo della sua linearità.
A Nagano 1998, Bonaly è consapevole che l’inserimento del backflip nel suo free program, avrebbe comportato una penalità automatica. Ciò che rende il suo gesto ancora più complesso dal punto di vista tecnico è l’atterraggio su un’unica lama.
Le cronache dell’epoca, dall’Équipe al Washington Post, registrarono immediatamente la portata storica dell’evento, che viene percepito come una sfida al sistema più che come una semplice trasgressione.
Pur non avendolo definito un gesto esplicitamente politico, il backflip di Bonaly viene interpretato anche come un rifiuto tangibile alla norma, come una decisione di affermare la propria identità e libertà corporea al di fuori dalle etichette che la società ha sempre cercato di appicciarle addosso.
Per quasi mezzo secolo il backflip rimane escluso dalle competizioni ufficiali e solo a partire dal 2024 l’ISU ne consente l’esecuzione come elemento coreografico primo di valore tecnico, segnalando una trasfomazione nella percezione della disciplina. Tutto quello che NON era in alcun modo assimilabile all’estetica del pattinaggio lo è diventato, ricordandoci quanto le norme sportive non siano immutabili, ma evolvano anche attraversi conflitti e rotture con il passato.
Di Bonaly, è entusiasmante ricordare quanto abbia segnato la memoria collettiva di chi segue, ama e respira il pattinaggio e tutto quello che lo concerne.
L’eredità del suo gesto, il fatto che sia stata in primis una donna a rompere con gli schemi dell’irrazionalità e dell’impossibilità, la rendono un’icona senza tempo.
Nel capovolgimento del backflip, non c’è soltanto un movimento atletico, ma la rivelazione di un sistema. È anche la ragione per cui, a distanza di anni, questo salto è stato riportato in auge da una nuova generazione, che a Surya Bonaly deve molto.