Per la scrittrice e attivista statunitense Maya Angelou, ogni volta che una donna difende i propri diritti, sta difendendo i diritti di tutte le donne.
In occasione della conferenza stampa inaugurale degli Internazionali d’Italia 2026, Aryna Sabalenka ha paventato la possibilità di un “boicottaggio collettivo” dei tornei ATP e WTA, con il preciso intento di ottenere una ridistribuzione equa degli introiti derivanti dal tennis d’elite. Di fatto, lo sport della racchetta sta vivendo una delle più forti tensioni politiche e sindacali degli ultimi anni, dimenticando i suoi stessi protagonisti. In vista dell’imminente Roland Garros, Sabalenka ha sottolineato le falle di un sistema che non sembra tutelare realmente gli atleti: dalla scarsa rappresentanza decisionale alla poca trasparenza, passando per una reale mancanza di dialogo con gli organizzatori dello Slam su terra rossa.
Quella che avrebbe dovuto essere una normale discussione di carattere economico, si è trasformata con estrema rapidità (e facilità) in qualcosa di ben diverso. Nel giro di poche ore, sotto alla classica carrellata di post e reel che riportavano le dichiarazioni della tennista bielorussa, il dibattito sul tennis si è spostato dal tema della governance sportiva alla legittimazione delle donne quando parlano apertamente di soldi e di potere.
“Il tennis femminile è una c****a pazzesca”, “Tanto non vi guarda nessuno”, “Fosse vero che boicottate questo sport. Mi sono rotto il c***o di orari con l’asterisco perché tenete occupati i campi. Fatevi un tour per i c***i vostri e vedrete che manco i parenti vi vengono a vedere”. C’è chi spera di avere dei tornei più rapidi per gli uomini, chi definisce Sabalenka “una camionista” invitandola a giocare direttamente con la controparte maschile e chi chiama il circuito WTA “un’esposizione di c***i”.
La questione sollevata da Sabalenka fa riflettere, perché ha involontariamente scoperchiato per l’ennesima volta il vaso di Pandora del sessismo e della misoginia che pervade ogni angolo di Internet, sfondando una porta aperta sul rapporto profondamente irrisolto tra donne, lavoro e compensi. Alla protesta di Aryna si sono uniti almeno altri 19 colleghi e colleghe. Tra questi, Coco Gauff ed Elena Rybakina, che hanno appoggiato l’idea di un potenziale boicottaggio; Iga Świątek, più moderata nella sua posizione; Jannik Sinner, Carlos Alcaraz e Novak Djoković, che da diversi mesi discutono proprio di welfare e sostenibilità economica nel circuito professionistico.
Nel racconto pubblico, la questione è stata fin troppo rapidamente semplificata, fino a trasformarsi nell’ennesima polemica sulle donne che “pretendono di guadagnare esattamente come gli uomini”. Una lettura parziale della questione, se non apertamente fuorviante, perché nei quattro Slam il prize money è già formalmente equiparato dal 2007, ma – ad oggi – redistribuirebbero meno del 15% dei ricavi complessi, una percentuale sensibilmente inferiore rispetto a quella di tante altre leghe sportive internazionali.
Ancora una volta ci si scontra con un grosso problema culturale, che smette di riguardare esclusivamente la sfera sportiva. Quando gli uomini parlano di soldi, vengono spesso raccontati come professionisti ben consapevoli del proprio valore o come atleti capaci di difendere i propri interessi. Quando lo fanno le donne, il linguaggio cambia improvvisamente: diventano avide, privilegiate, arroganti, persino antipatiche. E il denaro smette di essere percepito come una questione di diritti, tramutandosi in un argomento estremamente polarizzante.
Come spiega Azzurra Rinaldi, economista femminista e autrice di “Soldi, sesso e potere. Come il desiderio muove il mondo (e i mercati)” (2026), la società continua ad attribuire alle donne un ruolo prioritariamente legato alla cura, mentre agli uomini viene ancora riconosciuto quello di occupare lo spazio del lavoro retribuito e del potere economico.
«Il solo concetto di retribuzione per una donna rimane una frontiera, soprattutto in un settore storicamente dominato dagli uomini».
È un meccanismo subdolo che attraversa da sempre il rapporto tra donne e potere economico. Viene concessa (a fatica) visibilità, mentre l’autorità non viene nemmeno presa in considerazione. Possono eccellere, ma devono anche esserne grate. Possono diventare dei simboli di resilienza, di “empowerment” e disciplina, a patto di non trasformare queste qualità in una rivendicazione politica o contrattuale.
Molti commenti non discutono con serietà il modello economico del tennis contemporaneo, ma mettono in discussione la legittimità stessa dello sport femminile, che si ritrova a dover giustificare quotidianamente il proprio valore culturale, commerciale e professionale.
L’economista e autrice lo collega alla cosiddetta sindrome dell’impostora, che colpisce frequentemente pure le “high-achievement women”: professioniste competenti, premiate e riconosciute pubblicamente, ma convinte di non meritare davvero i risultati ottenuti o i traguardi raggiunti. «Molte donne continuano a pensare di essere un bluff, di aver guadagnato quei riconoscimenti per errore e che, prima o poi, qualcuno se ne accorgerà».
Secondo Rinaldi, questo meccanismo attraversa tutte le dinamiche legate alla carriera, agli aumenti salariali e alla capacità di negoziare il proprio valore economico.
A dimostrarlo è anche una ricerca pubblicata dall’Harvard Business Review, che ha analizzato il comportamento di giovani uomini e donne al primo impiego dopo l’MBA: a contrattare il salario iniziale è il 57% degli uomini contro appena il 12,7% delle donne.
«Il punto non è sostenere che le donne non sappiano chiedere. Si tratta del risultato di una cultura che continua a costruire la femminilità attorno a elementi depotenzianti. Più sei giovane, carina e silenziosa, più rientri nei canoni socialmente accettati».
Una dinamica che ha conseguenze economiche concrete. «Il gender pay gap fotografa esattamente questo squilibrio. Esiste un vero e proprio meccanismo di sottrazione del valore nei confronti delle donne. Anche nello sport, spesso le atlete vengono considerate un investimento meno redditizio per il solo fatto di poter diventare madri. Questa eventualità continua a essere percepita come un ostacolo al loro sviluppo professionale».
Il caso Sabalenka ci ricorda quanto sia ancora labile il confine entro cui le donne possano avere potere senza sembrare di troppo. Finché anche solo una donna che decide di rivendicare i propri diritti continuerà a risultare più scomoda delle disuguaglianze che quelle rivendicazioni mettono in discussione, il problema andrà inevitabilmente oltre le planimetrie dei campi da tennis. «È vero, non siamo abituate a parlare apertamente di soldi, ma è altrettanto vero che per farlo non dobbiamo aspettare il permesso di nessuno», aggiunge Rinaldi. «Gli spazi considerati tradizionalmente maschili vanno arredati, abitati, occupati».