Cosa si nasconde dietro una maglia da calcio? Me lo sono sempre chiesta mentre, come un orologio svizzero, tra luglio e agosto mi preparo a entrare nei vari store per comprare le maglie che più mi attraggono per la stagione a venire.
Ho sempre trovato affascinanti queste creazioni: il racconto di una squadra, o addirittura di un’intera nazionale, racchiuso in una maglia. Non avevo però mai avuto l’occasione di capire davvero cosa si celi dietro un progetto del genere.
Durante una serata tra amici, proprio il giorno dell’uscita della seconda maglia dell’Italia per i Mondiali in arrivo, ho sentito nominare la designer che l’ha progettata: Arianna Dipollina, designer di Adidas a Herzogenaurach.
In meno di cinque secondi l’avevo già seguita e le avevo già scritto per chiarire ogni mio dubbio.
Incontro Arianna su Meet: vive vicino a Herzogenaurach, dove si trova la sede di Adidas. Mi colpisce subito la sua stanza, tutta bianca, piena di modellini, libri e zine. Il covo perfetto per una creativa.
Nel corso di una chiamata durata un’ora, Arianna mi ha regalato una vera e propria masterclass, chiarendo ogni mio dubbio e raccontandomi con entusiasmo il suo lavoro e le sue passioni. Tanto da farmi quasi venire voglia di lasciare l’editoria e trasferirmi vicino Norimberga per disegnare in una cameretta piena di aerei e libri, proprio come la sua.
Buona lettura!
Quali sono le tue origini e come sei arrivata da Adidas a Norimberga?
Sono arrivata da Adidas molto per caso e forse per un gioco del destino. Sin da piccola avevo un forte interesse per tutto quello che riguardava il disegno a mano, difatti ho fatto l’artistico e poi all’università ho fatto la triennale in design della comunicazione al Politecnico di Milano. Durante i miei anni di università ho sempre lavorato da Footlocker, quindi avevo una certa dimestichezza con l’ambiente streetwear e del prodotto. Milano aveva poco da offrirmi, fra stage malpagati in agenzie di comunicazione e cose del genere, allora mi ricordo che provai a mandare una candidatura per una posizione qui a Norimberga da Adidas, che per mio grande stupore venne letta e presa in considerazione. Potevo applicare per due posti: il primo più indirizzato verso la direzione creativa e l’altro era una cosa tipo “Fai le grafiche che verranno poi stampate sui vestiti”. Inutile dirti che sono impazzita appena ho sentito quella frase quindi ho scelto il secondo.
Finito il mio stage, da Adidas non assumevano in quel periodo quindi ho fatto un anno “dall’altra parte della strada” da Puma, per poi tornare da Adidas per occuparmi dei pattern della linea sportswear: quindi animalier, fiori e forme geometriche.
Un po’ di tempo dopo, grazie ad una collaborazione fra team interni, sono arrivata nel dipartimento football per disegnare le maglie delle nazionali.
Che lavoro volevi fare da bambina una volta diventata grande?
Tutti. Ne cambiavo uno al giorno per la disperazione di mia madre. La grande maggioranza erano comunque legati alla pittura, al disegno e alla grafica.
Poi in università avevo più in mente un classico lavoro in agenzia. Quindi non mi sarei mai aspettata di arrivare dove sono a fare maglie da calcio e vestiti.
Ho letto che sei definita “L’esperta di Wikipedia”, da cosa nasce questo soprannome?
In realtà è un inside joke fra me e i miei amici. Diciamo che per loro sono conosciuta per essere una grandissima enciclopedia di fatti apparentemente inutili ma in realtà per me super utili perchè aggiungono magia a questo mondo.
Per quanto riguarda invece il mio lavoro, ogni volta che mi ritrovo a lavorare per una nazionale spulcio tutti i dettagli che potrebbero funzionare per quella nazione. I simboli, le culture, le città, il cibo… tutto.
Mi auto reputo un imbuto che assorbe informazioni.
Quali sono i tuoi interessi oltre il design?
Il volo. Senza alcun collegamento particolare sono affascinata da questo mondo. Lo trovo un ottimo riassunto di quello che è il genere umano oltre che un miracolo tecnologico; se ci pensi in sessant’anni siamo passati dal volo a motore a camminare sulla luna. È incredibile.
Oltre all’aviazione mi piace molto anche la natura e gli animali…traggo molta ispirazione da questi elementi per il mio lavoro per quanto riguarda soprattutto i pattern.
Oltre che designer per ADIDAS sei anche illustratrice, da cosa trai ispirazione, cosa ti piace disegnare e perchè?
L’illustrazione per me è molto importante . Sono figlia di un giornalista sono cresciuta tra libri e giornali. Crescendo poi mi sono avvicinata al mondo delle zine e delle autoproduzioni.
Per quanto riguarda le illustrazioni le mie ispirazioni maggiori sono sempre animali, forme sintetizzate, mi attrae molto il binomio movimento/staticità ma anche il dinamismo (dettaglio che ho personalmente riportato anche nel mio lavoro con la creazione della seconda maglia dell’Italia femminile per l’Europeo del 2025, in cui si vedono delle linee fluide).
Disegno molto a mano libera.
Mi attrae molto anche il mondo della stampa risograph, qui a Norimberga abbiamo la fortuna di avere la macchina per questa tecnica in ufficio, infatti ho tenuto dei workshop con i miei colleghi per far conoscere questa tecnica e ci siamo divertiti tantissimo.
Come si disegna nel concreto una maglia da calcio e quali devono essere le sue caratteristiche?
È uno sforzo collaborativo – la federazione, il team Adidas locale, e noi dal quartier generale lavoriamo su una singola maglia per circa due anni. Molteplici team partecipano al processo, ci sono svariate revisioni partendo dagli schizzi in 3D per arrivare ai prototipi, in modo che tutte le parti coinvolte siano allineate e felici del risultato. Quello che voglio dire e far capire è che la maglia che disegno non è la maglia di Arianna ma è la maglia di moltissime persone, frutto di diverse realtà che lavorano coese per un unico obbiettivo.
Per la creazione di una maglia vi sono molti vincoli imposti da terzi come FIFA e FIGC, come riesci a far funzionare il design pensato con questi limiti imposti? Parti dalla parte creativa o da quello che “puoi fare”?
Naturalmente quello che non puoi fare ti influenza. FIFA e UEFA hanno questo librone gigante che non ti dico che noi designer sappiamo a memoria ma quasi, contenenti tutte le regole da rispettare per non fare errori. È interessante notare quanto queste regole siano cambiate e diventate più restrittive con gli anni. Noi le vediamo come una sfida: l’abilità di una bravo designer è capire anche dove si può raggiungere un compromesso.
Ci sono di differenze, oltre che la fisionomia del corpo, nel disegnare una maglia pensata per una squadra femminile rispetto che a una maschile? È spesso solo un adattamento di quella maschile o c’è di più?
A parte piccole differenze tecniche – specialmente nel taglio delle maglie – nessuna differenza nel mio approccio progettuale. Il nostro team tecnico ovviamente si occupa di testare i prodotti sia con atleti che con atlete.
Quanto cambia davvero una maglia dalla prima bozza alla maglia finale presentata?
Non c’è una regola generale, ma tendenzialmente dopo che la federazione ha visto le maglie per la prima volta non vengono più fatti grandi cambiamenti.
C’è un momento specifico della fase di esplorazione grafica in cui ogni giorno abbiamo una call con l’intero team in cui ci si confronta, si commenta e si fanno vedere i progressi fatti per essere sempre coordinati.
Le revisioni vere e proprie – quindi quelle con le federazioni – chiamate concept review sono tre: quella in forma digitale, quella per mostrare i primi prototipi e quella per far vedere i prototipi finali, i quali a quel punto sono definitivi o quasi.
Quali sono gli aspetti meno visibili ma più importanti quando si progetta una maglia da calcio?
Aldilà dei limiti tecnici, vorrei citare il colore.
Quando mi arriva il blocco di brief delle nazionali di cui mi occuperò per la stagione, provo a partire proprio dal colore, perchè spesso è un dettaglio che viene dato per scontato invece vorrei valorizzarlo cercando la tonalità perfetta. Abbiamo anche un team interno ad Adidas che si occupa unicamente di gestire la nostra palette di colori– sono migliaia!
Mi ha sempre intrigato il fatto che la maglia della nostra nazionale, chiamata Azzurri/e, fosse in realtà blu e non azzurra. Sono partita proprio da quel concetto per svilupparla.
Cosa provi vedendo un tua creazione rappresentazione una nazionale intera?
Una grandissima sensazione di compimento e orgoglio perchè dopo tutto il processo che l’ha vista nascere è finalmente lì. Rappresentare un’intera nazione è sia un privilegio che una responsabilità.
Queste maglie sono figlie del loro tempo. Sono come istantanee di un momento sia nella storia della squadra che nel percorso creativo del designer.
Guardandoti indietro, quale pensi sia il filo rosso del tuo percorso?
Sicuramente è presto per dirlo, farò ancora molta strada e molte esperienze diverse. Però finora posso sicuramente citare la curiosità e l’interesse nel lavorare su temi di nicchia e particolari, amo l’idea di lavorare nell’ombra per realizzare qualcosa di molto visibile.
Come è nata e quali sono state le ispirazioni che ti hanno portata a disegnare la seconda maglia dell’Italia per gli Europei femminili 2025?
L’ispirazione di quella maglia è l’arte rinascimentale.
L’italia ha tre colori nella propria bandiera (rosso, bianco e verde), la seconda maglia è bianca, mentre il rosso viene usato spesso per la maglia del portiere – è cosa nota che Buffon prediligesse le maglie rosse o borgogna – invece il verde è stato usato solo una volta per la terza maglia del 2018, il kit Rinascimento. Fare una maglia verde campo, pensandola nel suo ambiente naturale non avrebbe funzionato, quindi mi sono indirizzata su un verde menta. Nel design della maglia tre sezioni si sovrappongono in un movimento circolare – durante il Rinascimento ci fu un grandissimo studio delle forme, soprattutto del cerchio come forma perfetta.
Inoltre l’Europeo si giocava in Svizzera, dove vi è una grandissima cultura grafica, ho quindi deciso di citare il tratto pulito e i giochi di trasparenze tipici dello stile svizzero.
Piccolo fan fact, ho sudato parecchio quando ho presentato questa maglia perchè era una delle prime maglie che disegnavo e soprattutto non era mai stata presentata una seconda maglia non bianca alla federazione, ma il concept era molto forte e la maglia è stata accolta molto positivamente da subito.
Per i prossimi mondiali maschili in programma hai disegnato le maglie di Italia, Giappone, Scozia e Irlanda del Nord…c’è qualche aneddoto sulla creazione che puoi raccontarmi? Le maglie dell’Italia, ad esempio, come sono nate?
Ti racconto questo aneddoto della prima maglia dell’Italia maschile 2026.
Durante un concept review a Roma ho avuto l’opportunità di vedere e toccare con mano l’archivio delle magliette degli ultimi 10/15 anni, in quel momento ero molto concentrata nel trovare la tonalità precisa da poter utilizzare per fare quella maglia. Ho risolto il problema prendendo tutte le maglie e stendendole sul prato dell’Olimpico – per fortuna quel giorno c’era anche un bellissimo sole – e vedendo le maglie e tutte le tonalità di blu/azzurro utilizzate negli anni nel loro habitat naturale, quindi in campo. Mi ricordo che presi la mia ruota del colori e mi misi a studiare tutte le tonalità e a fare i miei mille ragionamenti per costruire la futura maglia degli Azzurri.
È stato forse uno dei momenti più magici che io abbia mai vissuto sul lavoro.
È possibile che una maglia funzioni più nell’immaginario che nel reale utilizzo in campo?
Quando iniziamo a lavorare su una maglia, impieghiamo programmi 3D già dai primi stadi del progetto. In questo modo abbiamo da subito un’idea realistica, anche se ovviamente non perfetta, di come sarà la maglia come oggetto tangibile.
Ovviamente una grande sfida è sempre cercare di prevedere come apparirà la maglia sugli schermi televisivi – e non solo per chi avrà il privilegio di guardare le partite su un cinquanta pollici nel proprio salotto, ma anche e soprattutto per chi le vedrà su un vecchio televisorino appeso all’angolo del salotto di un bar o di un ospedale, o proiettata su un maxischermo nel caos una piazza.
Ci sono elementi del calcio che secondo te la moda ha iniziato a capire solo recentemente?
Domanda complessa a cui è difficile rispondere in modo comprensivo in poche righe, sicuramente stiamo arrivando a una migliore comprensione dell’autenticità e del senso di appartenenza non solo a una squadra ma anche a un territorio.
Hai mai ricevuto feedback da calciatrici e calciatori sulle tue maglie?
Te ne dico uno che mi ha veramente scaldato il cuore, le Azzurre amano molto la mia seconda maglia dell’Europeo 2025 e la considerano portafortuna, mi è stato riferito al punto che non vorrebbero separarsene per le future seconde maglie!
Qual è il progetto che ti sei divertita di più a fare e quello a cui sei più legata?
Visto anche il recente flop alle qualificazioni della nazionale maschile – cerco di non sviluppare troppo attaccamento emotivo verso i progetti, ma non nego che sia stato dolorosissimo :’) – , ti direi proprio la maglia verde degli Europei 2025. Non solo ho avuto la possibilità di dare un forte tocco personale al progetto ma ho avuto occasione di vederla vittoriosa sul campo. C’è una foto di Mattarella che riceve la maglia autografata al Quirinale, vederla è stato per me abbastanza surreale – in senso buono!
Ci sono anche svariate maglie che non sono state ancora rivelate al pubblico di cui sono molto fiera, non vedo l’ora che escano.
Cosa hai scoperto di te facendo questo lavoro?
Ho riscoperto il fascino per il mondo, per i paesi, per le culture e ho scoperto anche una grandissima riflessione su un sentimento nazionale di vivere il calcio e il tifo, e la sua relazione con lo sport.
Alla fine della chiamata chiudo Meet e riguardo per qualche secondo le maglie sparse nella mia stanza.
Per anni le ho considerate semplicemente oggetti da collezionare, pezzi di stoffa capaci di raccontare vittorie, sconfitte e pomeriggi davanti alla televisione. Dopo questa conversazione, però, mi sembrano qualcosa di molto più complesso: archivi di riferimenti culturali, compromessi, intuizioni, ossessioni e lavoro invisibile.
Forse è proprio questo che si nasconde dietro una maglia da calcio: decine di persone che provano a trasformare identità, memoria e appartenenza in qualcosa che possa essere indossato. E, qualche volta, persino diventare portafortuna.
Grazie Arianna per questa chiacchierata, fai proprio il lavoro più figo del mondo!