EFFE3 sono io, ma anche tu!

Sono tornata in Abruzzo per riscoprire la bellezza di creare un brand

Ci sono brand che nascono da un business plan e altri che prendono forma quasi naturalmente, come la conseguenza di un’esigenza personale. AMMARE appartiene decisamente alla seconda categoria.

 

Dietro il progetto c’è Carolina Di Rocco, una giovane imprenditrice che ha scelto di costruire un marchio partendo dal prodotto prima ancora che dalla comunicazione, dalla ricerca prima ancora dalle tendenze e dal territorio prima ancora delle strategie di marketing. In un momento storico in cui parole come sostenibilità, artigianalità e made in Italy rischiano spesso di diventare slogan, il suo racconto restituisce una prospettiva diversa: quella di chi vive ogni giorno le difficoltà e le soddisfazioni di un piccolo brand indipendente.

 

Tra deadstock, filiere locali, prototipi, dubbi e sold out inaspettati, Carolina mi ha raccontato senza filtri cosa significa oggi fare moda in Abruzzo, scegliendo di rimanere legata alla propria terra e alle persone che ne fanno parte.

 

Questa conversazione è il ritratto di una ragazza che ha trasformato un’ossessione per il mare e per il prodotto in un progetto autentico, costruito con pazienza, coerenza e una forte consapevolezza del valore del lavoro. E forse la cosa che rende ancora più magica questa chiacchierata è proprio percepire la passione di Carolina in quello che per anni è stato il suo sogno. 

Courtesy from AMMARE SS26
Courtesy from AMMARE SS26

Cosa ti ha spinto ad aprire AMMARE al di là di fare un brand?

 

In realtà non è mai nato tutto con l’idea di creare un brand. È stata più una conseguenza. A un certo punto mi sono ritrovata a chiedermi continuamente cosa comprare, dove comprare e soprattutto perché comprare una cosa invece di un’altra. Avevo iniziato facendo produzioni per altri e lavorando dietro le quinte, ma sentivo il bisogno di mettere dentro un progetto il mio gusto, il mio modo di vedere il prodotto e la moda.

Ho studiato moda, poi ho cambiato strada, ho fatto esperienze diverse e alla fine ho capito che quello che mi interessava davvero era costruire un capo, pensarlo, svilupparlo. AMMARE è nato da questa esigenza personale prima ancora che imprenditoriale. Non avevo il sogno di creare un marchio famoso, avevo il desiderio di fare qualcosa che mi rappresentasse davvero.

 

In che modo le tue radici abruzzesi si riflettono nel brand, nei materiali, nelle storie o nell’estetica?

L’Abruzzo per me non è una strategia di comunicazione, è semplicemente il luogo in cui vivo e lavoro. Tutto quello che facciamo nasce qui.

Le etichette vengono ricamate qui, i laboratori sono tra Pescara, Chieti e Ortona, i bottoni arrivano da aziende che lavorano da decenni sul territorio e che spesso hanno rimanenze di magazzino perfette per noi. Mi rendo conto che è una posizione privilegiata poter avere tutto così vicino, ma è anche quello che rende il progetto autentico.

Poi inevitabilmente c’è anche un’estetica che arriva da qui: la luce, il mare, i colori, un modo di vivere più lento. Non è qualcosa che costruiamo a tavolino, è semplicemente parte della nostra quotidianità.

 

Da cosa prendi ispirazione?

 

Sono una persona che osserva tantissimo. Mi salvo continuamente immagini, dettagli, capi vintage, fotografie, colori. Faccio una ricerca quasi ossessiva online e poi lascio tutto lì.

La cosa curiosa è che spesso non uso subito quello che trovo. Passano settimane o mesi e all’improvviso riguardo un’immagine e penso: “E se facessi questa cosa in un altro modo?”. È un processo molto istintivo e continuo. Credo di non riuscire mai davvero a smettere di cercare ispirazione.

Courtesy from AMMARE
Courtesy from AMMARE

In che modo l’Abruzzo entra davvero nei tuoi capi, oltre la narrazione?

 

Entra nella maniera più concreta possibile: nella produzione.

Oggi si parla tanto di filiere corte e sostenibilità, ma nel nostro caso è proprio così. Tutto viene realizzato qui, senza spostare continuamente materiali e lavorazioni da una parte all’altra d’Italia o del mondo.

Anche una cosa apparentemente piccola come un bottone racconta questo approccio: ci affidiamo ad aziende locali che hanno rimanenze di magazzino di altissima qualità e che si adattano perfettamente alle nostre produzioni. È un modo di lavorare che riduce gli sprechi e valorizza competenze che esistono da anni sul territorio.

 

Il nome AMMARE richiama immediatamente il mare: è più un luogo fisico, uno stato mentale o un simbolo?

 

Direi tutte e tre le cose.

Sono cresciuta a Pescara e qui il mare è una presenza costante. Non esiste una vera primavera: esce il sole e tutti sono già in spiaggia. Si vive seguendo il mare.

Quando studiavo a Roma, ogni volta che tornavo la prima cosa che facevo era andare lì. Era quasi un bisogno fisico. Dentro AMMARE ci sono i ricordi della mia infanzia, la nostalgia, ma anche quel cliché bellissimo che chi vive vicino al mare porta dentro senza neanche rendersene conto.

Per questo non avrebbe mai potuto chiamarsi in un altro modo.

 

Dove rivediamo Carolina in AMMARE?

 

Praticamente ovunque.

Ogni collezione racconta il momento che sto vivendo. Se in un periodo mi sento più romantica, inevitabilmente i capi diventano più morbidi e delicati. Se invece sto attraversando una fase diversa, cambia tutto: i colori, le forme, l’atmosfera.

Anche il logo parla di me e della mia passione per gli anni Settanta. Non c’è una scelta che non abbia un pezzo della mia personalità dentro.

 

Quanto è difficile essere davvero trasparente senza cadere nel marketing?

 

Molto difficile, perché oggi il confine è sottilissimo.

Io preferisco sempre che sia il prodotto a parlare. Raccontare continuamente quanto sei sostenibile, quanto produci poco o quanto sei etico rischia di diventare una formula ripetuta.

Noi utilizziamo tessuti deadstock perché, concretamente, per un piccolo brand è il modo più intelligente per lavorare. Nessuno ti dice che comprare cento metri dello stesso tessuto per una realtà come la nostra significa avere materiale per anni.

Per questo mi piace raccontare la realtà delle cose, anche quando è meno romantica.

Courtesy from AMMARE
Courtesy from AMMARE
Courtesy from AMMARE
Courtesy from AMMARE

Pensi che oggi il termine sostenibile abbia perso significato?

 

In parte sì.

Credo che sia diventata una parola usata così tanto da aver perso forza. Molti piccoli brand raccontano le stesse cose e spesso diventa difficile distinguere chi lo fa davvero da chi lo utilizza solo come leva di marketing.

Per me la sostenibilità non è uno slogan. È scegliere di produrre localmente, utilizzare quello che già esiste, evitare sprechi e creare capi destinati a durare nel tempo.

 

Qual è il capo che ti rappresenta di più e perché?

 

Il completo con i fiocchetti, senza dubbio.

Lo indosso spesso perché rappresenta perfettamente il mio modo di vestire: semplice ma curato. Lo puoi mettere per un aperitivo, per una passeggiata sul mare, per un pranzo o per una sera fuori.

Io non amo costruire outfit complicati. Mi piace indossare una cosa e sentirmi già a posto. Quel completo racconta proprio questa idea di praticità e femminilità.

 

Cosa ti ha sorpreso di più durante questo percorso?

 

Le persone.

Quando ho lanciato la prima collezione avevo pochissimi pezzi e sono andati sold out quasi subito. Continuavo a chiedermi come fosse possibile che qualcosa pensato da me piacesse così tanto anche agli altri.

Ancora oggi ogni messaggio di una cliente che mi racconta quanto ama un capo o che torna a comprare è una delle soddisfazioni più grandi. Sono quei momenti che ti fanno capire che tutti i sacrifici hanno un senso.

 

In quanto tempo nasce una collezione di AMMARE?

 

Non c’è una risposta precisa perché la ricerca non si ferma mai.

L’idea magari arriva in un giorno, ma poi inizia un lavoro fatto di prove, modifiche, prototipi e continui aggiustamenti. A volte per trovare una vestibilità giusta servono tantissimi tentativi.

È probabilmente la parte più lunga e anche quella che mi pesa di più, perché ogni prototipo significa tempo, tessuto e soldi investiti. Però è anche quello che fa la differenza.

 

Le collezioni nascono più da esperienze, sensazioni o immagini?

 

Nascono da tutto questo insieme.

Ci sono immagini che mi rimangono impresse, sensazioni che provo in un determinato periodo e situazioni che vivo. Poi tutto si mescola e diventa una collezione.

Ogni drop racconta un momento della mia vita, anche se magari chi lo guarda dall’esterno non lo percepisce subito.

Courtesy from AMMARE
Courtesy from AMMARE

Qual è stato il punto di svolta?

 

Il momento in cui le persone hanno iniziato a comprare davvero.

Finché lavori da sola hai sempre il dubbio che quello che fai piaccia solo a te. Quando la prima collezione è andata esaurita e ho dovuto ricomprare i tessuti più volte ho pensato: “Forse questa cosa può funzionare davvero”.

È stato il momento in cui ho iniziato a credere di più nel progetto.

 

Che rapporto hai con la tua community?

 

Molto spontaneo.

La cosa che mi rende più felice è vedere persone che tornano ad acquistare, magari prendendo lo stesso modello in colori diversi. Significa che si fidano del lavoro che facciamo.

Negli ultimi anni la community è cresciuta tantissimo e si è allargata anche a città come Roma. Alla fine si crea un rapporto che va oltre il semplice acquisto.

 

Come immagini AMMARE fra cinque anni?

 

La verità è che non lo so.

Se mi avessero chiesto due anni fa dove sarei stata oggi, non avrei mai immaginato tutto questo. Quello che spero è di riuscire a crescere senza perdere la coerenza.

La mia paura più grande è aumentare i volumi e dover scendere a compromessi sulla qualità o sul modo di lavorare. Mi piacerebbe costruire una vera azienda, con un laboratorio mio – come quello del Maglificio Gran Sasso –  e persone che lavorano bene e sono valorizzate, continuando però a produrre in Abruzzo e mantenendo intatta l’identità di AMMARE. 

 

C’è qualcosa che non ti ho chiesto che vorresti dire?

 

Forse solo una cosa: imparare a comprare meglio.

Oggi siamo abituati a guardare solo il prezzo finale, ma dietro un capo ci sono persone, tempo, ricerca e tantissimo lavoro. Se scegli un prodotto pensando di usarlo per anni, di farlo davvero tuo, allora quel valore cambia completamente.

Courtesy from AMMARE
Courtesy from AMMARE

Al termine di questa chiacchierata resta una sensazione precisa: AMMARE non è semplicemente un brand di abbigliamento, ma il riflesso di un modo di fare le cose. Un progetto che cresce lentamente, senza rincorrere numeri o logiche imposte dal mercato, ma cercando di restare fedele a un’identità ben definita.

 

Non è un caso che un progetto come AMMARE trovi le proprie radici proprio in Abruzzo. La regione vanta infatti una lunga tradizione manifatturiera nel settore tessile e dell’abbigliamento, costruita nel tempo grazie a una rete di laboratori e aziende specializzate che ancora oggi collaborano con alcuni dei più importanti marchi del lusso internazionale. Un patrimonio fatto di competenze artigianali, attenzione ai dettagli e conoscenze tramandate di generazione in generazione, che continua a rappresentare uno dei punti di forza del territorio. In questo contesto, scegliere di produrre localmente non è soltanto una decisione etica, ma anche un modo per valorizzare un sapere che da decenni contribuisce all’eccellenza del Made in Italy.

 

Nel racconto di Carolina emerge una generazione che vuole costruire qualcosa di proprio senza perdere il legame con il territorio, con le persone e con il tempo necessario per fare bene un prodotto. La sua idea di sostenibilità non passa dagli slogan, ma dalle scelte quotidiane: produrre vicino, limitare gli sprechi, valorizzare chi lavora e creare capi pensati per durare.

 

Forse è proprio questa la forza di AMMARE: non voler sembrare qualcosa, ma essere semplicemente il risultato di una storia personale, di una comunità e di un luogo che continuano a ispirarlo ogni giorno.

 

E mentre il futuro rimane volutamente aperto, una cosa appare chiara: finché continuerà a mettere il prodotto e le persone al centro, AMMARE continuerà a raccontare un modo diverso di intendere la moda, fatto di autenticità, cura e appartenenza.

Immagine scattata da Francesca Scandella @Scandysss

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