Gazze FC nasce quasi per caso lo scorso gennaio in un caffè di Torpignattara dall’idea di due amiche con il desiderio di iniziare uno sport di squadra femminile.
Prima di tutto, quindi, Gazze FC è una squadra di calcio a 5 femminile che parte dal calcetto per esprimersi, ma utilizza questo sport anche come dispositivo di attivazione di tanti altri aspetti: l’esperienza del collettivo, la socializzazione in età adulta, la riappropriazione di un tempo e di uno spazio personale, la difesa dell’amatorialità e dell’errore, la lotta alla discriminazione di genere e la denuncia di una scarsa accessibilità del calcio per le donne.
Dietro casa dei miei genitori c’era un’associazione sportiva con diversi campi di calcetto. Lì ho passato buona parte dei miei pomeriggi durante il liceo. Entravo, mi piazzavo dietro la rete e mi stappavo una birra mentre guardavo i miei amici, i maschi, giocare.
Più dello sport in sé, invidiavo loro quella “magia” che si compiva nel calcetto: l’accesso ad una potentissima rete sociale, ad un momento ricreativo e aggregativo fortemente identitario. Partita dopo partita stringevano amicizie indissolubili e costruivano una memoria collettiva fatta di episodi ironici e vittorie che diventavano motivo di commenti e risate negli anni successivi.
Mi sembrava che noi ragazze non avessimo un equivalente altrettanto potente. La nostra socialità ruotava intorno a lunghissimi aperitivi, ma non era fatta di un posto e di uno spazio che fosse davvero nostro e che attraverso lo sport misurasse la nostra connessione in modo più tangibile, “corporale”.
Insomma il “calcetto del martedì” (o di qualsiasi altro giorno) mi è sempre sembrato un concetto invidiabile: un appuntamento fisso tra amici, che tiene vivi i rapporti, che ti scarica mentalmente e ti tiene un po’ in allenamento, aprendo continuamente a nuovi incontri e costringendoti inevitabilmente anche al confronto.
Dopo aver assistito dagli spalti all’ennesima partita dei maschi, sorseggiando un caffè, la mia amica Gaia ed io abbiamo iniziato a pensare che ci sarebbe piaciuto esserci noi su quel campo quella domenica di gennaio.
Alla soglia dei miei 32 anni, passati rifiutando coscientemente qualsiasi attività sportiva, percepivo l’esigenza di mettermi in gioco con qualcosa di nuovo da imparare, e quel mondo che mi aveva sempre attratta mi sembrava fosse arrivato il momento che mi appartenesse anche. Chiacchierando ci siamo stupite di trovare l’una nell’altra lo stesso desiderio. Volevamo giocare a calcetto, ma come?
La prima difficoltà che abbiamo incontrato è stata proprio questa: ai nostri amici bastava mandare un messaggio per trovare velocemente altre nove persone e organizzare una partitella. Il calcetto ha sempre fatto parte naturalmente delle loro vite fin da piccoli.
Per noi invece questo mondo era del tutto sconosciuto. Non avremmo trovato altre nove ragazze pronte a giocare il martedì successivo. Volevamo giocare a calcetto: abbiamo dovuto fondare una squadra.
La prima cosa che abbiamo fatto è stata aprire un gruppo whatsapp e aggiungere un po’ di persone che sapevamo potevano essere interessate. L’adesione galoppante ci ha spiazzate fin da subito: “Ho un’amica che vorrebbe aggiungersi”, “Posso portare altre ragazze?”, “Vorrei fare una prova anche io” e così via, in un rapidissimo scorrere di notifiche.
Improvvisamente eravamo circondate di ragazze che avevano il nostro stesso desiderio: volevano imparare a giocare a calcio, ma non sapevano come fare.
Si è composto velocemente un nucleo molto eterogeneo: c’era chi aveva già giocato un po’ e chi aveva paura fisicamente del pallone, chi tifava la sua squadra allo stadio e chi non sapeva nemmeno dove fosse la porta, eppure si percepiva un frizzante entusiasmo nel dare avvio a questo progetto che ancora oggi ci accompagna quando entriamo in campo.
Sorrido ripensando adesso ai nostri primi allenamenti. Scarpe da corsa, da trekking, da qualsiasi cosa testimoniavano che i nostri piedi calpestavano per la prima volta dell’erba sintetica. Tute, magliette di band, occhiali da sole: già solo esteticamente comunicavamo tutta la nostra distanza da quel mondo. Guardateci ora sudare nelle nostre magliette tecniche, i piedi saldamente calzati in scarpini di pelle, i calzettoni ai polpacci. A nessuna ora passerebbe anche solo lontanamente in mente di entrare in campo indossando degli occhiali da sole.
Fin da subito abbiamo fatto della nostra “amatorialità” un valore. Stop sbagliati, passaggi imprecisi, scivoloni, piedi fucilati sono parte del processo e raccontano un percorso reale di apprendimento, accesso e costruzione di fiducia che abbiamo voluto mostrare sulla nostra pagina Instagram senza filtri. Il nostro obiettivo non è solo giocare – e imparare a farlo sempre meglio (ci sono squadre amatoriali a Roma di gran lunga piú brave di noi!) – ma anche creare nel tempo una comunità. Questo tipo di narrazione trasparente e autoironica vuole parlare a tutte quelle ragazze che vorrebbero iniziare ma pensano di non essere in grado, che sia un mondo che non le riguarda. Per noi, invece, è fondamentale riprenderci uno spazio – il campo – e uno sport – il calcetto – che sono stati da sempre appannaggio del mondo maschile. Vogliamo “entrare a gamba tesa” in questo mondo e abitarlo con i nostri modi e i nostri corpi.
Come Gazze FC vogliamo allenarci e giocare, certo, ma anche utilizzare il calcetto come pretesto per aprire dibattiti e riflessioni sui tabù che inquinano lo sport femminile. Parallelamente all’aspetto sportivo, vogliamo portare avanti una serie di appuntamenti che coinvolgano altre squadre amatoriali femminili per cercare di portare in luce i problemi che abbiamo incontrato in questo percorso e le difficoltà che viviamo quotidianamente volendo praticare questo sport. Dai commenti sessisti alla difficoltà di trovare i numeri degli scarpini, dagli sguardi scettici al continuo mansplaining, per noi ragazze non è semplicemente una partita di pallone. Con la nostra squadra cerchiamo di trasmettere valori, creare consapevolezza e rappresentare una comunità aperta e inclusiva che sappia avvicinare le persone a questo mondo – in modo diverso, più autentico, più nostro. Un’alternativa concreta al modello del calcio moderno, ipercompetitivo, spettacolare, spesso distante e poco rappresentativo, restituendo al calcio – e a chi lo vive – una dimensione di prossimità, relazione, gioco e sorellanza.