Da simbolo della rivoluzione del Barça femminile a icona globale dello sport contemporaneo: la carriera della Reina Alexia Putellas racconta molto più di una serie di vittorie e trofei.
«Ha sido una historia perfecta». Nel video con cui saluta il Barcellona Femenì dopo quattordici anni, mentre scorrono tutte le istantanee che raccontano una vita intera passata in maglia blaugrana, Alexia Putellas pronuncia queste parole con la voce rotta dall’emozione e con la compostezza che ha sempre caratterizzato la sua immagine pubblica. Ed è proprio in quei volti sorridenti e in quelle immagini che si concentra il significato più profondo della sua carriera: la costruzione di quella che in inglese viene definita comunemente “legacy”, un’eredità preziosissima e che va ben oltre i trofei sollevati o i gol segnati lottando in campo.
Il lascito di una calciatrice come Alexia Putellas non riguarda solamente le sue vittorie, ma ciò che ha rappresentato per un’intera generazione di tifose, aspiranti calciatrici (e non) e spettatrici, che nel calcio femminile hanno iniziato finalmente a riconoscersi.
Per anni, l’atleta è stata il volto di un cambiamento storico: non solo la miglior giocatrice del mondo ma la prova concreta che il calcio femminile potesse occupare il centro della scena sportiva globale. La sua carriera è coincisa perfettamente con la trasformazione del Barça Femení e, più in generale, con l’ascesa del calcio femminile spagnolo, che tutt’ora continua – insieme a quello inglese – a fare scuola per il resto d’Europa.
Nata a Mollet del Vallés nel 1994, Putellas cresce in un contesto piuttosto diverso da quello delle giovani calciatrici di oggi. Gioca principalmente con i maschi, passa tra Sabadell, Espanyol e Levante, vivendo sulla sua pelle un’epoca in cui il binomio calcio-donne sembra incontemplabile, collocandosi ai margini del sistema professionistico.
Quando torna finalmente a Barcellona nel 2012, il club non è ancora la potenza dominante che oggi conosciamo e la struttura femminile è ben lontana dagli standard odierni, con visibilità limitata e investimenti ancora piuttosto contenuti.
Nel corso degli anni diventa il centro tecnico e simbolico della squadra, non soltanto per i suoi gol, per il suo carisma e il forte senso di leadership che le appartiene naturalmente, ma anche per il modo in cui interpreta il gioco e rapisce i tifosi incollandoli sugli spalti oppure sullo schermo.
Forse è anche per questo che la sua figura ha assunto un peso così forte. Non è cresciuta dentro un sistema già pronto a valorizzarla, ma ha contribuito a costruirlo nel tempo. Così, mentre il Barcellona trasformava la propria squadra femminile in una potenza mondiale, lei ne diventava il simbolo tecnico ed emozionale di quel processo.
La consacrazione definitiva arriva grazie alla stagione 20/21, quando le blaugrana conquistano la Liga F, la Copa de la Reina e la UEFA Women’s Champions League: il primo triplete nella storia del club. Arrivano i primi Palloni d’Oro (due consecutivi, nel 2021 e nel 2022, che l’hanno resa la prima calciatrice spagnola a raggiungere un simile livello di riconoscimento globale), le campagne pubblicitarie, gli sponsor come Cupra, Oakley, Allianz, Spotify – con tanto di playlist personalizzata sui suoi ascolti nello spogliatoio – e soprattutto Nike, che ha integrato il logo della Reina in una delle sue collezioni e le ha persino dedicato una scarpa a inizio febbraio: la Phantom 6 Player Edition. Non mancano il merchandising, le maglie e in particolar modo gli stadi sempre più pieni, fino ai continui sold out al Camp Nou.
I numeri della sua carriera aiutano a comprendere la dimensione reale del suo impatto. Ha superato le 500 presenze ufficiali, segnando oltre 230 gol, 38 trofei vinti (di cui 4 Champions League, 10 campionati di Liga, 10 coppe della Regina e un Mondiale con la Spagna del 2023).
Per numerose tifose e calciatrici, ha rappresentato un modello nuovo, non costruito sull’eccesso, ma sulla continuità, sul lavoro, sulla disciplina. Ha dato al calcio femminile europeo un’immagine di autorevolezza che per anni era mancata. Ha contribuito a normalizzare l’idea che una calciatrice potesse essere considerata una leggenda sportiva senza la necessità di continui paragoni con il calcio maschile. Ha reso visibile un’intera generazione di bambine cresciute senza role models a cui ispirarsi, permettendo ad ognuna di loro di identificarsi in figure sportive femminili percepite come centrali e non periferiche.
Il dettaglio più significativo? Alexia non ha mai inseguito il ruolo della superstar così come siamo abituati a vedere nello sport contemporaneo, quasi mantenendo una certa distanza dal tradizionale culto delle celebrities. Ha occupato il centro della scena con autorevolezza, continuità e credibilità in un ambiente che storicamente ha imposto alle atlete di essere continuamente “eccezioni”.
Oggi il suo addio dolceamaro al Barcellona assume un significato particolare. Ci ricorda che niente è realmente per sempre (purtroppo o per fortuna) e che tutto ha un inizio e una fine. Gianbattista Vico sosteneva che la storia si ripete sempre e che è ciclica.
In un certo senso Alexia lo ha fatto capire con le sue stesse parole: ora toccherà alle sue compagne definire il futuro del suo sport, nonché scrivere nuove pagine di storia, in campo e fuori, giorno dopo giorno.
Ed è probabilmente questa la sua impronta più profonda: aver mostrato che il calcio femminile in fondo non ha più bisogno di chiedere spazio. Può semplicemente prenderselo.